una foto del mio clan che cammina con il sole calante
una foto di qualche mese fa, mentre eravamo sulla via del ritorno di un’uscita, al tramonto

La traccia della tipologia C2 della simulazione della Prima Prova dell’Esame di stato del 19 febbraio 2019

Circa un mese fa ho svolto la mia prima simulazione della prima prova della nuova matta maturità che fra meno di tre mesi affronterò. Ho avuto la possibilità di trattare di un mondo del quale faccio orgogliosamente e fieramente parte, dunque in questo pomeriggio con la febbre e (in realtà no) nulla da fare ho voluto condividere ciò che ho scritto, di cui allego in foto il testo di partenza e la traccia. Questo tema mi ha procurato un 8, il voto più alto che abbia mai preso di uno scritto.



Sentire la parola “fragile” parlando di un oggetto, di un materiale o leggerla sul lato di un pacco che il corriere sta consegnando, fa subito presumere che si abbia a che fare con qualcosa di delicato, dalla fragile rottura.

Invece, per il celebre psicanalista Vittorino Andreoli la fragilità può sorprendentemente trasformarsi in un punto di forza. Così, nel suo saggio L’uomo di vetro, la forza della fragilità egli attribuisce grande potere non alle debolezze degli individui, a alla capacità di questi di riconoscerle, senza mascherarle agli occhi altrui.

Contrariamente, oggi, si tende a nascondere quello che in inglese è il nostro burden, a condividere solo le proprie esperienze più belle e la parte migliore di sé. La propria vulnerabilità, è celata dietro ad un muro di likes, erroneamente ritenuta vergognosa “per una logica folle in cui rispetto equivale a fare paura”.

Tuttavia rispettarsi - dal latino “respicere”, guardare - non è temersi ma, appunto, guardare il prossimo e vedere le sue difficoltà, notare il peso eccessivo del suo burden ed aiutarlo.

Io credo esista un mondo, o meglio, un universo in cui questo rispetto - quello vero per cui si presta attenzione più all’arrancare di un altro che alla propria fatica - sia non solo presente, ma anche fondamentale: quello del movimento scout.

Da orgoglioso e fiero scout AGESCI osservo continuamente quanto venga naturale e sia ormai abitudine, vedendo un amico sgobbare sotto lo zaino troppo pesante, sentire l’obbligo morale, l’istinto di offrirsi per aiutarlo e tendergli la mano, per rendere il suo cammino meno duro.

“Buona strada” è il saluto con cui tutti gli scout si riconoscono, ovunque nel mondo, uniti nell’intraprendere un sentiero - sia letterale che metaforico - di crescita comune. L’esploratore deciso nel saper montare da solo una tenda o convinto di poter svolgere qualunque compito senza bisogno di aiuto, è una testa di rapa (ok non ho proprio scritto così nel mio tema): la propria energia ed il proprio entusiasmo si trovano nella comunità, nel gruppo, nell’insieme di amici con cui si condivide ogni gioia e si affronta ogni ostacolo, con l’obiettivo di lasciare il mondo un po’migliore di come lo si ha trovato, con le parole di Sir Baden Powell, fondatore dello scoutismo nel 1907.

Ciò che sostiene Andreoli, ossia “riconoscere che la ricchezza del singolo è l’altro da sé” è alla base di ogni attività intrapresa: nel mondo scout è il servizio, infatti, il motore che stimola tutte le riflessioni e riassume l filosofia del Clan, la branca composta da 16-21enni.

Costruire “una civiltà dove la tua fragilità dà forza a quella di un altro e ricade su di te, promuovendo la salute sociale” è dunque l’intento principale degli scout che con il loro volontariato svolto in maniera convinta ed in allegria (come recita un articolo della legge scout “sorridono e cantano anche nelle difficoltà”) distruggono il mito che si possa essere d’aiuto solo quando non se ne ha bisogno.

In tutto questo lo scoutismo è uno degli esempi possibili di una migliore società in cui vivere, quella convinta che la massima realizzazione del singolo non possa avere luogo esclusivamente in solitudine e nell’egoistica necessità di realizzare il proprio scopo a qualunque costo ma che aiutare chiunque - indipendentemente da quanto lo si conosca - sia la più grande gioia ed il migliore metodo per evitare che la propria fragilità sia ritenuta motivo di vergogna.

Come in una grande, straordinaria e magica famiglia, in un gruppo scout non ci si aspetta nulla in cambio di un pomeriggio trascorso a giocare con un branco impazzito e agitato di lupetti (io mi diverto e basta perché divento uno di loro, ma sono un caso perso) né un capo esige un compenso per trascorrere dieci giorni in tenda con adolescenti infiammati dalla libertà che la natura gli concede, che rischiano in ogni momento di cadere da un albero o bruciarsi una mano (ehm… in questo caso è un’esperienza personale…).

Cosa ostacola dunque la società di oggi nell’essere una gigantesca famiglia, straripante di amore, un grande gruppo scout dove non ci si aspetta nulla in cambio del proprio affetto?

Probabilmente ciò che ci impedisce di raggiungere un’armonia corale che allevi il nostro malessere è la mancanza di un fine condiviso.

Incapaci di trovare un obiettivo per cui combattere, siamo inevitabilmente portati a seppellire nel più remoto angolo della nostra intimità le nostre insicurezze ed a scagliarci gli uni contro gli altri.

In questo modo la propria felicità non sarà che una ferita aperta, esposta ai nocivi germi dell’odio presenti nella società che ci viene sbattuta in faccia ogni mattina uscendo di casa.

Come Giacomo Leopardi ne La Ginestra promuove una social catena che unisca l’umanità nella lotta contro la natura matrigna, così gli individui del XXI secolo necessitano disperatamente di un traguardo il cui raggiungimento permetta loro di destarsi dal sonno della propria indifferente individualità.

In conclusione, sarebbe forse sufficiente aspirare a provare quella definita da Schopenhauer compassione (dal latino cum-patior; trad. lett. “soffrire con”, patire insieme) realizzando che la sofferenza di un uomo non affligge soltanto sé stesso, ma l’intera umanità; di conseguenza amare il prossimo equivale ad amare sé stessi.

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