Frammenti ritrovati nella scatola nera del mio cervello, per ricostruire il sorprendente reset automatico compiuto dal mio telefono senza miei interventi il 15 febbraio 2021.

Campo Santa Margherita, Bar Orange. L’indossare dei guanti di lana enormi, insieme ad un particolarmente affascinante tramonto, mi portatono a ostentare la mia perizia nello scattare una foto premendo con il naso il tasto dell’otturatore sullo schermo del mio telefono.

Il precedente fu l’ultimo ricordo del mio telefono in quanto tale. Circa venti minuti dopo, facendo la pipì nel terzo bagno della toilette di Venezia Santa Lucia, sento uno squillo insoluto e nuovo provenire dalla mia tasca.

Il mio OnePlus 6T si era completamente resettato. Senza alcun mio intervento, senza che cadesse o che un tempo particolarmente lungo fosse trascorso.
In un minuscolo arco temporale, solo e al sicuro nella mia tasca, il mio telefono decise, ad onta del suo attento ed amorevole proprietario, di tornare come nuovo; a tale scelta conseguì la perdita totale delle sole cose che ancora non ero stato in grado di sincronizzare e salvare con backup, da ottobre (cinque mesi): tutte le mie foto ed i miei video.

I miei primi giorni a Venezia, così come la mia quarantena per coronavirus, il Natale 2020… tutto perduto per un repentino, inspiegabile ed assurdo gesto del mio stronzo dispositivo mobile.

Immediatamente dopo la scoperta del disastro, in una prima telefonata al supporto OnePlus, un incapace ed annoiato operatore, senza interessarsi particolarmente a quello che immagino essere un accadimento più unico che raro, svogliatamente mi comunicò che lui nulla poteva fare. Adirato, offeso ed ancora incredulo ricomposi il numero e trovai un secondo operatore, ugualmente desideroso di vivere ma peraltro più volenteroso ad aiutarlo. L’esito, dopo svariati muniti di attesa e dettagliate spiegazioni, rimase tuttavia il medesimo: nulla da fare.

Impegnandomi con tutto me stesso per non pensare all’accaduto ed a quanto comportasse, continuai a percorrere la via che separa la stazione da Santa Marta, chiacchierando con la santa favolosa Elisa, che addirittura mi concesse un abbraccio per consolarmi.

Tornato a casa, qualche ora dopo, ancora sconvolto ma ormai consapevole dell’irreversibilità del danno, sfruttai l’occasione per fare ciò che da tempo speravo di poter fare, ma che richiedeva decisamente troppo tempo, lavoro e studio.

Sedutomi al computer, nel giro di tre ore riuscii ad installare con permessi di root, supporto Magisk e, soprattutto, nessuna applicazione Google (grazie al favoloso MicroG Project), LineageOS. Più dettagli al riguardo in Switch to LineageOS.

Ora nulla resta da fare se non contemplare con disperazione la cartella vuota delle foto di fine 2020 ed inizio 2021. Centinaia di gigabytes persi, senza sapere come né perché. Un segno divino che mi ha costretto ad una riflessione verso la quale precedentemente ero stato chiuso e scettico; forse la soluzione non sono backup, complessi sistemi di storage e sincronizzazione dati, app perfette per ogni specifico compito, script ad-hoc per essere più efficienti ed efficaci. Forse, il mio perdere tutto fu un monito, che non seppe funzionare le due volte percedenti (per quanto profondamente diverse da questa), ad impegnarsi per non avere nulla da perdere. Per saper valorizzare l’hic et nunc, per cogliere le sottili e dolci qualità di ogni istante, e per tutte le altre solite cose cliché verso cui è chiaro stessi tendendo con i due precedenti esempi.

Per quanto possa valere un ricordo, o meglio, per quanto inestimabile possa essere un ricordo, la memoria non sarà mai in grado di competere con il pensiero.

Se la complementarietà del ricordare e del pensare viene meno, soccombe alla gioia di vivere una materialistica, ingiustificata, dull e limitante preoccupazione verso ciò che si può perdere, invece di un desiderio inestinguibile ciò che si può accogliere nel proprio cuore.

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