Penso sia inutile sottolinearlo: è un periodo del cavolo.
Non è un periodo del cavolo per lavorare, per studiare, per muoversi, per intraprendere nuovi percorsi, è un periodo del cavolo per vivere, punto.
È un pessimo momento anche per sopravvivere e sono molti, troppi, quelli che nemmeno ci riescono.

Tuttavia, io sono fortunato, davvero tanto. Non lo scrivo per vantarmene, o per puntualizzare una potenziale (ma certamente del tutto inesistente) superiorità, ma in primo luogo per ricordarlo a me stesso. Eviterò di elencare le ragioni per cui sono certo di poter godere di opportunità rare e di una qualità di vita che è invidiabile, ma la questione fondamentale è che, anche cercandoli, non trovo motivi validi e significativi per giustificare qualche sorta di malessere.
Nonostante ciò, non esiste telefonata con i miei genitori o chiacchierata con amici in cui sappia trattenermi dal fare almeno un riferimento al mio malessere latente. Paradossalmente, è come se più fossi consapevole di avere mille opportunità per stare bene, più mi rifiutassi di perseguirle, rifugiandomi nella presunta sicurezza delle mie tribolazioni. La mia amica @_anna_mastra_ qualche tempo fa ha condiviso con me un pensiero che a sua insaputa non ha più abbandonato la mia mente e ha sempre avuto un ruolo chiave nei miei tormenti, prevalentemente notturni. Anna mi ha detto che anche se noi siamo fortunati, abbiamo ogni possibile motivazione per ritenerci tali e ne siamo assolutamente coscienti, non necessariamente la nostra sofferenza non è legittima.

Contemporaneamente, pur comprendendo questo, non mi do pace nel cercare, come d’altra parte tutti facciamo (e la maggior parte delle persone normali, non logorroiche ed egocentriche come me, non ha bisogno di tediarne altre scrivendo pubblicamente di questa ricerca) la sorgente di questo malessere, dato che non è a me né evidente né in qualche modo intelligibile.

Ho trovato stamattina la risposta, ritirando la roba stesa. Stavo ascoltando una storia pazzesca sul Daily di ieri, una di quelle che mentre le ascolti sei estraniato da tutto e da tutti e vivi solo per domandarti come sia possibile che certe atrocità possano accadere ad opera di esseri umani. Ho messo in pausa, tolto le cuffie, bloccato tutto. Sono stato diversi secondi a bocca aperta a contemplare una frase che ho indossato, visto e rivisto mille volte, ma che solamente in quel momento ho veramente letto. Sovrappensiero, mi è caduto lo sguardo sulle parole stampate sulla maglietta per i venticinque anni di Libera, che @sarabrusco_1 mi ha regalato per il mio compleanno:

Non esiste
l’impossibile
quando ci sono
gli ideali
di libertà e giustizia,
e l’impegno

Letta così, a seguito della mia premessa, portà sembrare una normalissima frase; bella, certo, ma non tanto da mollare tutto e lasciare a bocca aperta e occhi strabuzzati. Tuttavia, il significato che essa porta con sé è la chiave della mia esistenza, potrei dire anche la mia vocazione.

Il mio malessere, le mie continue insoddisfazione e ricerca di un punto di arrivo non hanno senso se interpretate alla luce di quanto scritto in introduzione, ma sono naturali e facilmente decifrabili se messe in relazione all’impossibile a cui la frase sulla maglietta di Libera fa riferimento. I miei ideali, la libertà e la giustizia, sono concetti immensi e decisamente fuori dal dominio della mia comprensione, ed il mio tentativo di perseguirli, per quanto vano possa essere, pesa come un macigno sulla mia serenità.

La mia tristezza, dunque, non arriva da me e dalla mia vita, ma dal mondo, dall’esterno, e si riversa catastroficamente su di essa, schiacciandola. Non si tratta di una conclusione che cambia e sconvolge l’interpretazione dell’esistenza a livello universale, anche perché Giacomo Leopardi ci è arrivato molto prima e con molta più cognizione di causa rispetto a me; ciononostante, adesso mi sembra tutto trasparente e cristallino, la mia più intima interpretazione della realtà che mi circonnda sembra assumere un senso.

Nel perpetrare “gli ideali” di libertà e giustizia, nell’impegnarmi affinché io possa lasciare un’impronta che contribuisca anche solo in minima parte alla crescita dell’umanità ed alla costruzione di un mondo migliore, io ho finora osservato unicamente “l’impossibile”, che però non esiste. L’impossibile è una cognizione artificiale che distrugge l’anelito ad una metamorfosi positiva, ad un’evoluzione individuale che si rifletta a livello universale.

Ho trascorso dalle sei alle otto ore al giorno, per tutta la settimana passata, a concludere quitsocialmedia.club. Non ho saputo trovare pace, né quiete, né armonia, né soddisfazione prima di mettere un punto a questo sito, i cui contenuti sono il soggetto principale delle mie riflessioni da ormai più di un anno. Allo stesso modo, senza trovare un fil rouge, un significato globale e profondo, una sinergia fra i soci e un fine chiaro e comune per l’Associazione di Promozione Sociale Oltre, che abbiamo fondato con un gruppo favoloso di persone a settembre 2020 e con cui realizzeremo Scambi, il festival dei laboratori sull’incontro, io non sono stato capace di vivere autenticamente altre esperienze. Posso fare i medesimi ragionamenti per tutto quanto sta scritto nella mia Now page e per le tante, troppe cose che faccio.

È tempo di cambiare vita, e di fare le cose bene.
È il momento di tirare un calcio all’impossibile, come il celebre detto scout recita, e rimboccarsi le maniche con il sorriso sulle labbra e la gioia nel cuore. Non ha senso crucciarsi e stare chiusi in casa a scrivere e scrivere e leggere e leggere e tormentarsi, come ho fatto nella settimana appena trascorsa per quitsocialmedia.club e nei due mesi precedenti per la sessione all’università.
Non c’è un punto di arrivo finale, e non è umano attendere che la Now page di ognuno si svuoti, e ci dica “tutto fatto2! Ora sei in vacanza”; c’è e ci sarà sempre qualcosa in sospeso, una todo list più o meno chilometrica, una immensa schiera di amici che dovremmo chiamare, presentazioni da scrivere, pagine da studiare, podcast da ascoltare (insomma, tutte quelle cose che mi fanno impazzire e che quando bevo il caffè diventano ancora peggio, come ho già raccontato).

Fare una cosa alla volta e farla bene non basta. La frase della maglietta che ho riportato sopra tralascia i punti di vista dell’emozione, della paura, dell’insoddifazione. Io metto da parte l’impossibile, perseguo ideali di libertà e giuscizia, con impegno; e come dovrei sentirmi? Sembra naturale ed immediato che all’impegnarsi per una cosa buona e giusta conseguano gioia, compiacimento e convinzione, ma non è così. Sono necessari degli ulteriori passi, un impegno ancora maggiore, un punto di vista grandangolare che possa abbracciare la totalità delle nostre pulsioni e collocarle in uno schema ampio, collettivo.

Un ragazzo con un 350mm - Camogli, settembre 2019
Un ragazzo con un 350mm
Camogli, settembre 2019

Fino ad ora, sulla macchina fotografica della mia vita ho sempre montato un 350 millimetri (per i profani alla fotografia, una lente strettissima, un supertele lunghissimo e pesantissimo), che mi sono sempre affannato per puntare qui e lì, velocemente, per scrutare e studiare tutti i dettagli di qualcosa ma, isolandolo dal suo contesto, non ho saputo capirne gli attributi; adesso monterò un bel 24 millimetri, con il quale mi sarà impossibile fossilizzarmi su qualcosa e disperarmi perché spendo pochissimo tempo su un soggetto e ne ho migliaia da ritrarre; con questa lente saprò abbracciare l’integrità del panorame che mi si presenta, gli ostacoli del mio percorso, la relazione fra le diverse emozioni e persone in modo organico e armonioso.

Due persone che montano un grandangolo - Camogli, settembre 2019
Due persone che scattano una foto grandangolare
Camogli, settembre 2019

Ciò che resta da fare è esclusivamente uscire di casa e cominciare a scattare.

  1. Nel momento in cui scrivo, sta facendo un esame. Già che ci siamo, incrociamo le dita collettivamente e pensiamola. 

  2. C’è la pagina delle notifiche su GitHub che dice una cosa simile e mi fa innervosire perché non funziona così nel mondo reale, belin! It’s never all caught up, never, not in real life

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