Clotilde

Si arrabbiava sempre un sacco quando Venezia, così palesemente innegabilmente totalmente profondamente veramente bella, non sapeva penetrarle il cuore con la sua forza romantica. Clotilde a quel punto si era anche rotta le palle di quell’impossibilità di sentire quello che si aspettava, o comunque di provare quelle emozioni reali come i numeri non come le corone. Eppure aveva un bel po’ di cui incazzarsi e altrettanto se non di più per cui sciogliersi irrimediabilmente in un brodo di gioia. Nulla però la sapeva sfiorare, nulla eccetto quelle scale che stava per salire e di cui aveva così tanta paura ma che in fondo erano una cosa bella normale un’ansia frutto solo della sua difettosa immaginazione.

Però non poteva non andare, no. Non se ne sarebbe pentita anzi non dopo le 21:15 la Clotilde notturna avrebbe maledetto la Clotilde delle 20:20 così stupida in preda ai film mentali e incapace di sottrarsene

e così pfremeva, le premeva di premere quel campanello e lo fece. sì? Clotilde.

L’apertura della porta sancì l’esordio di un turbinio di pensieri sbagliati troppo troppo sbagliati che l’assalirono sempre più,

  a ogni
 singolo
scalino.

Perché non è mai stata sufficientemente lungimirante da decidere di dedicare cinque massimo dieci minuti quel breve tempo necessario a leggere la biografia di Clotilde, Regina dei Franchi, quella da cui aveva preso il nome? È incredibile ma proprio assurdo che unə nasca con un nome e se lo porti dietro per un numero estenuante di giorni o per tutta la sua esistenza, che lo possegga così intimamente ma mai si curi della sua natura, del suo significato, della persona remota che per prima lo portò. Mai le sue dita avevano digitato Clotilde sulla tastiera del suo telefono, eccetto qualche anno prima ogni domenica sera per verificare se fosse salita di graduatoria per partecipare ai nazionali di scacchi. Ma ancora non sapeva chi fosse Clotilde dei Merovingi.

Un’urticaria accompagnata da una modesta tensione nel lato destro del suo stomaco all’altezza del terzo pianerottolo le ricordarono la vergognosa situazione in cui il suo fisico verteva. Non che quei sintomi fossero da quello originati, ma effettivamente erano almeno tre mesi che la sua attività fisica giornaliera si limitava al triangolo Piazzale Roma-casa-bakaro in Misericordia. Nemmeno che lei si fosse mai curata troppo di quanto bella o brutta apparisse, ma le sbucava una pancettina non negligibile da quel top verde militare che la mattina stessa alle zeroseizerouno aveva incurantemente indossato. Che poi diciamocelo, diciamocelo davvero, non le fregava proprio un cazzo di questa cosa a meno che non ci fosse stato quella sera qualche tipo nuovo nella compagnia.

Alla fine in fondo era proprio vergognoso a pensarci, ma anche a non pensarci, insomma era proprio deplorevole dover riconoscere che tutto quello che faceva non era per sé stessa, anzi lo era, ma tutto tramite il filtro degli occhi altrui. Alla fine in fondo le interessava apparire e non essere. Clotilde appariva per sé, ma non era per sé. Che nervi dover dare ragione a quell’imbecille di Cristiana Bertolucci di quinta A che negli spogliatoi di ginnastica la aggredì con quella banalità così tagliente che seppe lasciarle una cicatrice ancora visibile, dopo tanti troppi anni. Il quarto pianerottolo regalò a Clotilde la consapevolezza che non stava facendo nulla per il suo cuore, ma solo per la sua immagine e aveva questa tremenda terribile sensazione che sarebbe finita come Dorian Gray.

Al cinquantanovesimo scalino, non che li avesse contati ma le piaceva supporre quello fosse il numero, le venne in mente Sebastiano e quanto dolce e affettuoso fosse ma di quanto lei fosse contemporaneamente così insicura fosse proprio lui la persona giusta con cui andare a camminare sulle Dolomiti il weekend successivo. Faticava a concentrarsi sul suo sorriso contagioso e pieno di gioia, sull’insaziabile curiosità e sulle dolci coccole che le faceva. No. Il suo fottutissimo stupido sconnesso cervello sapeva solo fossilizzarsi su quel brufolo orrendo che da dieci giorni monopolizzava il mento di Seba, la scomoda curvatura del suo pene che rendeva per lei un incubo fargli un pompino, il suo modo irritante di dire gelato (e mangiavano tanti gelati e di certo la soluzione a questo problema non sarebbe stata mangiarne meno). Stava sprecando del tempo a rincorrere una relazione che non sarebbe mai potuta esistere? O forse era lui coglione a star dietro a una povera logorroica frammentata pazza?

Con la punta di una chiave, qualcuno aveva inciso sulla porticina dello sgabuzzino al quinto piano LEGGI. Si fermò.
Non scemo chi legge o Leggi Tolstoj o leggi meglio con sotto disegnato un pisello.
Leggiebasta, c’era scritto.

Oh ma vuoi muovere il culo? la voce di Giulia dal piano di sopra.

Corse gli ultimi quindici scalini—non li aveva certo contati, ma le piaceva immaginare tali fossero—e applicò la stessa forza con le gambe e con le meningi. Le seconde per esiliare dal suo cervello, almeno per una sera, abitanti così molesti quali erano quei pensieri che l’avevano pugnalata per tutta la rampa.

Ciao tesoro
ciao.—affannata.
che cazzo ti è successo?—Giuliabboccaperta.

Lo specchio nell’ingresso le manifestò con un’insopportabile indifferenza una Clotilde dal volto più nero di quello di una skjaldmær prima della battaglia, il suo trucco assalito e sconfitto da lacrime torrenziali. Piangeva.

Per aderire allo standard edonistico di tutti i flussi di coscienza che si rispettino, per concludere questo Clotilde scelse una frase efficacemente cliché.

Vorrei essere capace a vivere.

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